Le 3 regole per affrontare il futuro dell’Innovazione Sociale e dello Sviluppo Sostenibile

La settimana scorsa sono stato ospite del secondo talk della rubrica LDS PILLS del Laboratorio di Design della Sostenibilità dell’Università degli Studi di Firenze organizzato dal responsabile scientifico del Lab il Prof. Giuseppe Lotti. Si è parlato di come il design, affrontando la complessità del mondo attuale, possa generare innovazione sociale e cambiare la vita delle persone.

È stato interessante analizzare, attraverso le domande e le curiosità, il punto di vista degli studenti del Design Campus presenti, appartenenti ai 4 corsi di laurea: Triennale di Design Industriale, Magistrale di Design, Moda e Fashion Fystem e Interior Design.

Durante la lezione ho presentato il modo che Glocal Impact Network ha di approcciarsi al Design e soprattutto al Social Design, dove ogni minima scelta e soluzione adottata in fase progettuale va a incidere sulle trasformazioni dell’ecosistema. Viviamo in un mondo liquido, dinamico e complesso e proprio per questo ci si dovrà abituare alla sistematicità del contesto in cui si vive, si produce e si agisce. Per questo è necessario imparare a pensare in modo sistemico: in termini cioè di interrelazioni, contesti e processi. Nel nostro modo di approcciarci al design la sostenibilità passerà quindi da tutti i fattori che compongono i processi di una progettazione innovativa, dai fattori logistici a quelli culturali, dal reperimento di materiali alla gestione e smaltimento di questi ultimi, dalle usanze quotidiane di una comunità fino alla presa in considerazione della loro visione del futuro.

Il talk si è concluso con la condivisione delle tre pillole che rappresentano i principi fondamentali sui quali Glocal Impact Network basa la sua visione di futuro e innovazione allo sviluppo .

Secondo noi serviranno nuovi approcci alla progettazione ed allo stesso tempo nuovi studi di progettazione innovativa, dove ogni progettista si svilupperà in una direzione sempre meno identificabile, ma estremamente fluida e dinamica, in grado di incidere però in modo decisivo.

Il compito del designer e del progettista, infatti, non sarà soltanto quello di trovare nuove soluzioni, ma piuttosto di innescare processi che portino crescita, differenziazione e sviluppo sostenibile.

Glocal Impact Network vuole soddisfare questo bisogno di figure ibride all’interno di un unico network, nel quale si possa affrontare la tematica dello sviluppo sostenibile sia con razionalità teorica sia con fantasia immaginativa, in un impegno duraturo e collettivo che coinvolge tutti gli attori del ciclo di vita di un progetto o di un processo.

Soltanto applicando con approcci scalabili, condivisione di conoscenza e trasferimento di know how e tecnologie open source si potrà assistere alla nascita di innovazioni sociali provenienti direttamente dalle comunità dove risiedono i possibili beneficiari di quest’ultime.

Questo approccio porterà un cambiamento estremo nel concetto di cooperazione progettuale (e anche internazionale) e finalmente potrà fornire le conoscenze e gli strumenti necessari alle comunità per sviluppare processi in maniera autonoma.

È necessaria una progettazione allo sviluppo in grado di condurre ad una molteplicità di soluzioni, basate su un processo sistemico e scalabile, ma che possano essere disegnate e scalate appositamente per il contesto specifico nel quale si opera, che siano inclusive delle tecnologie più appropriate e adattabili a più ambienti, insieme a modelli economici e di impresa capaci di innovare la produzione. Volendo seguire questo approccio è necessario promuovere un metodo di formazione e condivisione di conoscenza che sia open source, rendendo le popolazioni locali, ed i beneficiari diretti, capaci di gestire e incrementare autonomamente il proprio sviluppo sociale ed economico. Questo però sarà possibile soltanto mixando al meglio innovazione, open source e scalabilità del prodotto.

Secondo le filosofie degli approcci community-centered ( approccio ideato dal padre del design per l’innovazione sociale Ezio Manzini), il ruolo del progettista è fondamentale perché in grado di attingere a bacini di sapere e di esperienze tra i più vari, dalla cooperazione internazionale alle scienze biologiche, dalla vita dell’uomo alle scienze sociali, fino a quelle della natura, per dedurne soprattutto conoscenza dei fenomeni, delle azioni e delle leggi che regolano gli uni e gli altri, diventando “progettista di interazioni”.

Interazioni che sono al centro del community-centered design, che consiste nell’analizzare una comunità per ricostruirne i suoi legami sociali, comprenderne e rappresentare le sfide e le opportunità e infine rinforzare la capacità diffusa di un contesto di trovare soluzioni idonee attraverso processi collaborativi, su questo tema vi consiglio di approfondire su https://www.slowd.it/, una delle società con i migliori maker e designer in Italia, esperti in ambito di co-progettazione e facilitazione dell’innovazione.

Il Designer, la figura per eccellenza più abile a captare i cambiamenti, in questo caso avrebbe il ruolo di mediatore e “manager della complessità”.

Uso il termine “manager della complessità” prendendolo in prestito da Piero Dominici, docente di Comunicazione pubblica e Attività di Intelligence all’Università degli Studi di Perugia e direttore scientifico del Complexity Education Project. Prendo in prestito questo termine perché negli anni non ho trovato miglior definizione e miglior approccio per poter gestire al meglio la capacità di entrare in azione (sapersi muovere rapidamente in funzione di un obiettivo), la capacità di saper leggere il contesto, l’abilità di progettare prodotti e processi sistemici che apportassero davvero cambiamento sociale ed infine la capacità di saper creare un contesto relazionale orientato al raggiungimento di un obiettivo comune mettendo a valore i prodotti ed i processi sistemici poc’anzi citati.

Le nuove tecnologie e le nuove pratiche, però, potranno generare impatto sociale e di conseguenza diventare delle vere innovazioni soltanto se riusciranno ad essere funzionali ed accessibili ad un numero sempre più vasto di popolazione, dalle zone urbane fino alle zone rurali, e grazie alla scalabilità potremmo riuscire a cambiare i modelli sociali attuali riconvertendoli in sistemi più virtuosi capaci di aiutare le persone ad affrontare le difficoltà sociali attuali.

Non esiste altra soluzione per riuscire a costruire progetti qualitativamente eccellenti che possano contemporaneamente generare impatto sociale, economico ed ambientale. Dobbiamo continuare a credere nei ricercatori e nella ricerca scientifica, anche se questo comporta uno sforzo interdisciplinare importante. Non è infatti semplice riuscire a dialogare con professionalità scientifiche che apparentemente sembrano contrapposte a quelle umanistiche, ma mettere in condizione la ricerca scientifica di generare frugal innovation altamente usabile ed accessibile ( alle fasce più povere della società ) è l’unico modo che abbiamo per far sì che i nostri sforzi possano portare beneficio al pianeta.

La tecnologia high tech non può essere l’unica soluzione possibile, l’innovazione sociale si.

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