Partiamo dall’inizio. È il 6 gennaio e al porto di Formia sono in pochi a salire sul traghetto diretto all’isola. Oltre a noi, solo qualche residente di ritorno.
Ponza, d’inverno, è un altro mondo.
Abbiamo trascorso sei giorni sull’isola lontani dal turismo, in un momento dell’anno in cui il tempo sembra sospeso, e che ci hanno permesso di entrare davvero in contatto con chi Ponza la vive tutto l’anno. È la seconda tappa di un percorso avviato insieme a Fondazione Sanlorenzo, partito in estate dall’isola di Capraia, con l’obiettivo di comprendere i bisogni dei giovani e mappare le progettualità sociali presenti sul territorio.
Ad accoglierci sulla banchina del porto di Ponza ci sono Antonia De Michele e Arturo Gallia dell’Università Roma Tre, impegnati proprio in quei giorni con il progetto “Islands 4 Future” nato in collaborazione con l’Università Bicocca. E’ con loro che abbiamo impostato un lavoro condiviso per esplorare bisogni, desideri e visioni dei giovani ponzesi.
La nostra presenza sull’isola non passa inosservata. Dopo esserci sistemati in albergo, di cui saremo stati gli unici ospiti per tutta la settimana, ha preso forma la prima fase del lavoro: l’ascolto.
Arturo e Antonia ci accompagnano in una serie di incontri che scandiscono le giornate: conversazioni, pranzi, cene, momenti informali. La domanda che io e Argentina poniamo ai cittadini è sempre la stessa: com’è la vita quotidiana a Ponza?
Da qui si apre un racconto diversificato ma che via via si trasforma in corale. Tutte le persone che incontriamo restituiscono un’immagine dell’isola molto diversa da quella estiva: molto più complessa e più reale.
Ponza emerge come un territorio attraversato da contrasti forti. Da un lato, una straordinaria ricchezza ambientale e identitaria; dall’altro, una fragilità strutturale che determina e influenza la vita dei suoi abitanti.
L’inverno, in particolare, viene descritto come un tempo vuoto: poche attività, pochi spazi, poche occasioni di incontro. Un concetto che ricorda molto il concetto di “letargo” che era venuto fuori dall’analisi di Capraia. Un’attesa sospesa verso la stagione estiva, che finisce per influenzare non solo l’economia, ma anche la vita sociale e le dinamiche relazionali.
Anche se siamo stati solo una settimana in quel vuoto invernale si sono costruite delle dinamiche abitudinarie, soprattutto la sera, quando le attività erano sempre le solite: il rientro in albergo, una doccia calda, la cena al ristorante occupando l’unico tavolo apparecchiato e poi l’organizzazione di tutto il materiale, gli appunti e le registrazioni.
è in mezzo a questo materiale e al confronto con Argentina che iniziamo a intravedere come nelle criticità stavano emergendo possibili traiettorie progettuali.
Dopo aver ascoltato la comunità, il focus si è spostato sui giovani.
Grazie alla collaborazione con l’istituto superiore turistico dell’isola, siamo entrati in classe per lavorare con gli studenti e insieme a loro attivare un laboratorio di immaginazione basato su strumenti di design thinking. Argentina ha guidato il processo, mettendo al centro i desideri degli studenti e studentesse e stimolando una riflessione attiva sul loro rapporto con il territorio.
Il primo esercizio è stato “Ponza Inferno | Ponza Paradiso”.
Due scenari opposti, due visioni radicali della stessa isola. I ragazzi hanno lavorato con immagini, parole e disegni per raccontare cosa non funziona e cosa, invece, desiderano.
Quello che emerge è che la loro “Ponza Inferno” è un’isola senza spazi, senza attività invernali, con pochi servizi e scarse opportunità. Un luogo in cui la mobilità è limitata, la cultura scarseggia e l’economia dipende quasi esclusivamente dal turismo stagionale.
“Ponza Paradiso”, invece, prende forma a partire dalla quotidianità: una giornata tipo in cui emergono bisogni e sogni concreti.
I ragazzi chiedono spazi per stare insieme, servizi attivi tutto l’anno, opportunità per crescere senza dover necessariamente andare via. Vogliono vivere Ponza da giovani, non solo da lavoratori stagionali.
Tra i due scenari emerge una connessione evidente: ogni criticità evidenziata nel primo esercizio diventa una risposta possibile nel secondo.
Dalla sintesi dei lavori emergono alcuni temi chiave come lo sport, la mobilità, l’intrattenimento all’interno di spazi coinvolgenti e liberi, l’attenzione all’ambiente, scuole più attente ai loro bisogni e infine l’insicurezza del lavoro spicca come tema caldissimo.
Anche se il lavoro nella scuola si è concluso nei tempi stabiliti, l’isola ha deciso di trattenerci qualche giorno in più. Il vento si è alzato e i traghetti non si sono mossi dal porto di Formia così per 3 giorni nessuno è partito e nessun nuovo abitante è arrivato sull’isola.
In quel tempo sospeso abbiamo iniziato a mettere insieme i pezzi insieme ad Arturo. Abbiamo letto nuovamente tutti i materiali, gli appunti e le elaborazioni. Il quadro era chiaro: sport e cultura non possono essere considerate attività accessorie nella vita dei più giovani ma sono strumenti chiari e abilitanti per la coesione sociale. Allo stesso tempo però, questi strumenti non riescono a svilupparsi e crescere per un’importante mancanza di spazi e infrastrutture, mancanze che limitano fortemente anche la fiducia dei propri cittadini verso un futuro più vicino all’isola di Ponza.
Accanto a questo, emerge un altro elemento centrale: la formazione. Rafforzare competenze e capacità progettuali può rappresentare un primo passo per uscire da una dipendenza quasi esclusiva dal turismo stagionale.
Si apre così la seconda fase del percorso con Fondazione Sanlorenzo. Il lavoro fatto sull’isola non si chiude qui: il materiale raccolto verrà messo a confronto con le progettualità delle associazioni locali, per individuare possibili convergenze e costruire interventi concreti.
Ponza, in fondo, non è un luogo senza risorse. È un luogo in cui gli abitanti hanno temporaneamente smesso di immaginare un futuro felice oltre la stagione estiva.