Il tempo dei luoghi è ciclico, quello delle politiche è lineare.
Però, per evitare di limitarsi a slogan o claim troppo semplicistici, occorre spiegare questa battuta. Il tempo dei luoghi è fatto di routine,
di modi in cui le persone vivono i minuti del tragitto tra casa e scuola, le ore dell’attesa o le giornate lavorative. Sulle isole, e più in generale
nei luoghi turistici, è fatto anche di stagioni che spesso si alternano riproducendo queste routine con un ritmo che, appunto, segue una spirale. Dunque, immaginare il tempo di chi vive sulle isole come una progressione lineare, può essere limitante e fuorviante. Mentre il tempo delle politiche è lineare perché troppo spesso è guidato da una visione di sviluppo progressivo che supera il presente in nome di un’idea di futuro a volte astratta e slegata dai contesti in cui queste politiche dovrebbero essere calate. A noi piace, parafrasando un grande del Novecento – Henri Lefebvre -ricordare che sulle isole il futuro è una serie di continui presenti.
Far dialogare la ricerca, o meglio i risultati della ricerca, con il lavoro degli amministratori locali ma, più in generale, con chi lavora per “la cosa pubblica” nelle piccole isole italiane, è stata una delle sfide dei progetti che abbiamo portato avanti in questi anni, su tutti Islands4Future. L’idea più forte che sottende la nostra spirale della temporalità si può riassumere in una sola evidenza: il turismo è il motore principale dell’economia, delle relazioni sociali, degli investimenti e del rapporto pubblico-privato in quasi tutti i comuni insulari italiani. Non è l’unico ovviamente, ma il rischio che lo diventi a breve è concreto per molti di questi territori del nostro paese.
Una spirale, ovvero una rappresentazione dell’andamento del tempo, basata su un ritmo così scandito – mesi di lavoro per massimizzare il profitto, mesi di pausa, mesi di preparazione alla stagione successiva – mostra chiaramente le ricadute di questa evidenza nei contesti di vita delle isolane e isolani.
La riflessione che vorremmo attivare insieme alle amministratrici e amministratori locali è la seguente: pensate che il futuro dei comuni che amministrate debba, obbligatoriamente, andare in questa direzione? Se la risposta fosse no, allora il passo successivo sarebbe quello di guardare come le politiche locali possono aiutare le isolane e isolani che, dentro il ritmo stagionale della spirale, vivono le loro vite fatte di
routine giornaliere e settimanali. Ad esempio quali misure e strategie possono facilitare il pendolarismo delle insegnanti e degli insegnanti tra la terraferma e le isole, quali pressioni si possono esercitare sugli ambiti di decisione regionale e statale in merito di servizi alla persona.
Quali investimenti si possono attrarre per dotare le isole di biblioteche, sale teatrali, centri culturali che funzionano indipendentemente dal ritmo delle stagioni turistiche.
La distribuzione demografica nelle isole non è casuale, ma dettata da processi socioeconomici che seguono dinamiche abbastanza
comuni, sebbene, è bene ricordarlo, in ciascun contesto insulare si assiste a situazioni differenti. Se è vero che in passato gli agglomerati
urbani si concentrano nelle alture o in posizioni riparate per difendersi da eventuali pericoli provenienti dal mare, dal XVIII secolo
in poi si è assistito a un processo di avvicinamento alle coste. Il fulcro economico e militare era il porto e tutto il suo indotto e, di
conseguenza, anche gli edifici residenziali e i servizi, si sono sviluppati lungo la costa.
L’avvento dei mezzi di trasporto continuo tra terraferma e isole e, soprattutto del turismo costiero e marittimo, hanno reso il porto ancora più importante e così anche le zone costiere limitrofe o in prossimità dei luoghi meta di fruizione turistica, tra cui baie e spiagge.
Il mare e le fasce terrestri prossimali, come le aree costieri e litoranee, sono state oggetto di continui processi di urbanizzazione per la realizzazione di strutture ricettive, quali alberghi, ristoranti, intrattenimento. Le aree più interne delle isole, talvolta destinate allo sfruttamento agricolo, divenuto sempre meno remunerativo, si sono andate spopolando progressivamente in questo processo di spostamento verso la costa. Si parla, dunque, di littoralisation. Negli ultimi anni, l’aumento dei flussi turistici ha fatto sì che molte delle zone un tempo abbandonate subissero un processo di nuovo popolamento, sia legato al turismo sia endogeno.
In generale, possiamo dire che la geografia umana dipende sempre da diversi fattori, morfologici, politici, sociali ed economici. Sulle isole italiane, sicuramente è influenzata dalla governance locale, ma gli input esogeni legati al turismo sembrano incidere in maniera sempre più evidente.
Le isole sono territori interessanti anche per una certa ambiguità interpretativa: pur nella loro limitatezza sono un osservatorio molto
ricco per studiare dinamiche sociali, economiche e politiche, in maniera ampia e da una molteplicità di punti di vista. Serve, dunque, un approccio che tenga conto della complessità di questi territori, della moltitudine di elementi e fattori che possiamo riconoscere come specifici, ma che dobbiamo considerare nel loro insieme al fine di avere un quadro di analisi completo. In quest’ottica, tuttavia, possiamo isolarne alcuni che possono mettere in luce specificità proprie delle piccole isole italiane.
La chiave, indubbiamente, è l’insularità, che rimanda certamente al concetto di isolamento, sebbene per molte isole dobbiamo far riferimento a una
doppia dimensione dell’insularità, ovvero trovarsi ai margini di un territorio esso stesso già marginale. Ad esempio, questo è evidente per le isole più piccole di un grande arcipelago, che fanno capo a un’isola centrale che è essa stessa marginale rispetto alla terraferma. Questo impone, una lettura transcalare dell’insularità e di tutte le dinamiche che riguardano le piccole isole. Esse sono guardate nel loro piccolo, ma anche nella dimensione più ampia dell’arcipelago, e ancora nella collocazione dello spazio di mare che fronteggia la terraferma. Questo cambio continuo di scala, nel dettaglio e nel generale e viceversa, è fondamentale per comprendere quella complessità di cui si parlava prima.
Quest’ottica è fondamentale anche per gli attori di governo affinché possano agire in maniera più efficace possibile. La governance stessa, poi, può essere transcalare: locale, comunale o subcomunale, provinciale, regionale, nazionale o continentale. A queste parole chiave se ne potrebbero aggiungere molte altre, ma queste tre ci sono sembrate le più efficaci e rappresentative per l’intero Arcipelago Italia.
Sfortunatamente “mettere da parte i geografi” ci riesce davvero difficile. Però possiamo rispondere partendo dalle molte chiacchierate fatte in questi anni con le persone, di varia età, incontrate a Ponza, Lipari, Favignana, Elba, Pantelleria e su altre isole mediterranee.
Certamente la macchina turistica, come abbiamo scritto in un breve documento politico inviato in queste settimane alle amministrazioni dei comuni isolani, “è già oggi in grado di orientare le decisioni degli operatori pubblici e privati, alla massimizzazione del profitto durante la stagione estiva”. Per bilanciare questa influenza occorrerebbe investire risorse e progettare interventi in settori che, se vogliamo, possono anche essere complementari alla macchina turistica (i servizi alla persona, gli indirizzi scolastici, il mercato degli affitti ) ma che sono innanzitutto le basi di chi vive le isole anche fuori dal picco della stagione estiva.
In questa direzione, per essere ancora più pragmatici, si dovrebbe ragionare sul decostruire il mito della “destagionalizzazione” , generalmente intesa come estensione ai mesi primaverili e autunnali del turismo marino, mentre l’indirizzo potrebbe andare nella direzione di ampliare l’offerta turistica ad attività “terrestri” e allo sviluppo di altre attività economiche diverse dal turismo.